prendo spunto da un post del socio
pinux per parlare un po' dell'industria culturale. già qui ci sarebbe una precisazione che cade proprio a cecio, come si dice dalle mie parti. ma andiamo con ordine. il termine industria culturale è stato coniato dai 'ragazzi' della cosiddetta scuola di francoforte, una corrente filosofica, perlopiù, anche se c'è molta sociologia nel mezzo, composta principalmente da alcuni soggetti mica di poco conto: personaggi come adorno, horkeheimer e marcuse. oltre a molti altri meno famosi. partendo da una impostazione neo-marxista i nostri, riprendono i concetti che marx avrebbe definito sovrastrutturali, per delineare una più precisa connotazione di quella che fino ad allora era stata chiamata 'cultura di massa'. coniano il termine industria culturale per eliminare l'ambiguità della definizione precedente che avrebbe potuto essere intesa come la cultura
delle masse, creata dalle masse. una cultura che viene dal basso, se vogliamo. il loro scopo, era, dimostrare che tutto quello che ha a che vedere con la cultura massificata è standardizzato e uniformato
verso il basso, non
dal basso. dimostrare che, oltretutto, lo scopo dell'industria culturale sia esattamente, quello di riprodurre all'interno del panorama culturale gli stessi meccanismi della società capitalista, per ingabbiare gli spettatori all'interno delle maglie di una specie di spirale che tutto riporta al capitale, vedi, ad esempio, lo scopo della pubblicità. questo, è, molto approssimativamente, e anche imprecisamente, una specie di bignami sul concetto di industria culturale, assolutamente non esaustivo, però, spero, interessante.
in sociologia questa teoria e molte altre vengono riconodotte alla cosiddetta fase dei 'powerful media'. i media che tutto possono e che ci farebbero ingoiare qualsiasi cosa. la mia personalissima opinione in merito è che questo punto di vista sia quantomeno riduttivo, se non offensivo. io credo che la maggior parte di noi, e sottolineo, la maggior parte, che non vuol dire tutti ma neanche pochi, sia in grado di valutare cosa stia guardando, leggendo o ascoltando. siamo in grado di scegliere. è chiaro che, spesso, purtoppo, molti dei media più popolari ci propinano dei programmi inguardabili e impossibili, al limite della decenza e dell'idiozia. però, magari in misura minore, ci sono cose interessanti, rilassanti, o quantomeno non irritanti. comunque, quello che mi premeva sottolineare dopo tutta sta pippa anche un filino autoreferenziale [saranno serviti a qualcosa 7 anni di università?] è che i media non sono degli imbuti. abbiamo il telecomando in mano, la possibilità di cambiare quotidiano o di scegliere che film andare a vedere. che la comunicazione non è, come diceva una delle prime teorie sui media di massa, inoculata come con un ago ipodermico. siamo in grado di distinguere, o, almeno, di scegliere. e se uno sceglie di vedere i vanzina, non sarò di certo io ad impedirglielo, se è questo che vuole. a me possono piacere altre cose. ma secondo me bisogna anche cercare di avere uno sguardo sì smaliziato, ma anche obiettivo sulle cose. alla fine de palma, scorsese e molti altri sono registi immensi, imho, e, contemporaneamente,
popolari. il succo è: non è che tutto il pop sia merda e tutto lo snob sia favoloso. c'è dello snob che mi fa schifo e del pop che mi sembra meraviglioso. e viceversa. ma non facciamo che tutto quello che è 'di massa' diventi necessariamente brutto o non meritevole di essere apprezzato nella misura in cui lo merita.